Come creare il nemico in politica

Capita di chiedersi perché in politica ci si ritrovi spesso a parlare di nemici o avversari, di scontri, di battaglie politiche.

Premesso che tra le metafore preferite dal giornalismo politico ci sono proprio quelle relative alla guerra, il campo politico è stato da sempre un terreno di parole volto alla divisione tra amico e nemico.

Basti citare Carl Schmitt che nel 1927 scriveva sul tema così: “La peculiare distinzione politica, alla quale si possono ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione di amico e nemico: in sostanza, tutte le azioni e i motivi politici riconducono a essa”.

Fulvio Cammarano e Stefano Cavazza ne Il nemico in politica scrivono che innanzitutto la delegittimazione dell’avversario e il tentativo di trasformarlo in nemico è un processo che necessita di un qualche tipo di precedente legittimazione di quell’avversario. Quindi, non si delegittima qualcuno a caso ma secondo un preciso percorso.

L’avvento dei mezzi di comunicazione di massa ha trasformato la politica in orizzonti di folle e partiti che hanno reso più visibili i processi di delegittimazione.

Per almeno tre motivi, secondo gli autori. Il primo è proprio il carattere di massa della politica contemporanea che motiva la lotta politica attraverso una comunicazione politica fatta di retorica e linguaggi tesi a creare lealtà verso una parte.

Il secondo motivo sta nella definizione di un assetto costituzionale che delimiti un recinto di valori entro cui operano gli attori politici e che determina i processi di inclusione/esclusione.

Il terzo motivo ruota attorno alle campagne elettorali dell’età contemporanea. Le elezioni innescano processi di intensificazione dello scontro politico che facilitano l’uso di retoriche sul nemico interno al Paese e che terminano spesso subito dopo il voto alle urne.

Questi motivi ci inducono a scoprire quale sia il confine tra conflitto politico, anche aspro, e delegittimazione vera e propria, ovvero il confine tra avversario e nemico.

L’avversario è colui che propone una narrazione politica come contraria agli interessi della comunità ma non ai suoi valori fondanti, mentre il nemico può essere descritto come il negatore (palese o subdolamente nascosto) di quei valori.

Perché si cede alla tentazione di trasformare un avversario in nemico? Secondo Cammarano il processo di delegittimazione può riguardare la figura stessa dell’avversario (delegittimazione morale) oppure può far riferimento alle idee e/o agli interessi che essa rappresenta.

Certo, osserva Cammarano, linguaggio e retorica non sono sufficienti a ricostruire la complessità dello scenario politico che porta alla delegittimazione. Sarebbe utile conoscere altri elementi come il funzionamento del reticolo di interessi e rapporti personali tra protagonisti delle classi dirigenti e tra attori politici individuali e collettivi.

Sarebbe interessante capire, per esempio, come si sia arrivati, durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 1900, a definire l’on. Colombo un “truffatore, bugiardo e deplorato”, l’on. Luzzatti un “feroce tassatore, falso liberale, dalla zazzera di suonatore ambulante di chitarra” o l’on. Gabba “microcefalo e miope forcaioletto”.

E ancora, approfondire tutto il dibattito sulla “Red scare“, il pericolo comunista nella Gran Bretagna del XX secolo, la delegittimazione in Francia ai tempi del generale De Gaulle o scoprire i retroscena della guerra di manifesti tra DC e PCI nel secondo dopoguerra dove l’anticomunismo era uno dei principali temi delegittimanti.

Basti pensare al botta e risposta tra i comunisti e il ministro Scelba, tra i “forchettoni democristiani”che mangiavano ai danni del popolo e i manifesti All’insegna del “Migliore” forchettone (epiteto attribuito a Palmiro Togliatti) con una foto di Togliatti e Nilde Iotti a cena in un ristorante durante una gita in montagna, accanto ad una foto di Nenni intento a divorare un bel piatto di spaghetti.

Insomma, nulla da invidiare ai politici dei giorni nostri. Soprattutto se consideriamo che la presenza nell’opinione pubblica di insoddisfazione e incertezza appare una precondizione necessaria per attivare e diffondere pratiche di delegittimazione.

Questo può spiegarci anche come mai un leader politico possa avere una stagione fortunata di successi usando tali strumenti per poi sparire dopo il declino del malcontento.

Anche se molto dipende dai cittadini-elettori e dalla loro rielaborazione dei messaggi politici secondo la propria visione del mondo.

In tal senso, ci ricorda Cavazza, una cultura politica che favorisca la partecipazione politica, il dialogo e la condivisione dei valori di base di una comunità politica può essere un antidoto efficace contro gli effetti sistemici della delegittimazione dell’avversario politico.