Communication crisis. Dove ha sbagliato Josefa Idem


 

Josefa Idem ha affrontato il primo caso di crisi del governo Letta applicando il manuale della sconfitta perfetta. I fatti sono noti; dalla banalità dell’Imu non pagata sono emerse diverse difformità: una palestra adibita a casa privata, un comodato d’uso sul quale si percepisce un affitto. Poi la vicenda dell’assunzione da parte del marito, palesemente fittizia, dal giorno prima della nomina ad assessore comunale al giorno delle dimissioni, godendo così del versamento dei contributi da parte dell’ente pubblico.

La crisi inizia come tutte: bussando piano piano alla porta. E bussa, in quella casa-palestra di Ravenna, già da tempo, perché voci di irregolarità in città – e in Consiglio Comunale – correvano da un po’. Il giorno 6 giugno (sedici giorni prima che lo scandalo obbligasse Idem a indire la conferenza stampa) l’edizione di Ravenna del Resto del Carlino-QN mette tutto nero su bianco: autorizzazioni mancanti, Imu non pagata, leggerezze di ogni tipo. Secca replica del commercialista incaricato, di cui il quotidiano locale dice: “Nega ogni irregolarità contributiva”. L’atteggiamento non collaborativo delle figure tecniche e la noncuranza del ministro in carica inducono il Sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci (Pd) a disporre un accertamento, eseguito l’11 giugno.

Passaggio esiziale, che porta non solo a certificare il problema, ma induce la stampa nazionale ad assumerne i dettagli e naturalmente dà la stura agli oppositori del Governo. Per il Movimento Cinque Stelle è un colpaccio, ci mettono pochi minuti a presentare una interrogazione parlamentare urgente. Si mette in azione la grancassa del Giornale e di Libero ed i social network fanno il resto: su Twitter il 18 giugno prende forma un tweetstorming con l’hashtag #idemdimettiti che coinvolge migliaia di profili, trasversalmente tra destra e sinistra, M5S e i tantissimi senza partito. Idem che fa, nel frattempo? Sui social network, non risponde. Il suo profilo Twitter, all’improvviso sotto i riflettori di tutt’Italia, gioca la carta sbagliata: fa finta di niente.

Evidentemente curato da qualcuno che dovrebbe rivedere la propria social strategy, perché twitta appuntamenti istituzionali in terza persona (“Idem oggi incontra… e inaugura…”) il giorno 19 giugno, nel pieno della bufera, posta il tweet: “Il Senato approva la ratifica della Convenzione di Istanbul. L’Italia compie un passo storico nel contrasto della violenza di genere.” E il giorno dopo, quando tutta la stampa non parla d’altro che del suo caso: “Josefa Idem inaugura il XIX Campionato Europeo di Compak Sporting a Tavullia”.

Primo: non si parla di se stessi in terza persona. Secondo: Twitter non è una bacheca di comunicati stampa, ma luogo di scambio e interazione. Terzo: non ci si è proprio accorti che si sta gestendo in modo dissociato la crisi? Non solo si finge di essere occupati a fare “ben altro” (a Tavullia, per esempio), ma si continuano a eludere le proteste, non si fornisce alcuna risposta, si mantiene un atteggiamento che vuole apparire altero, e indispone in realtà ancora di più. Quando il 22 viene tenuta una conferenza stampa, appare chiaro che è stata imposta dalla Presidenza del Consiglio; anche lì si svolge una commedia degli errori degna di essere indicata nei master in comunicazione istituzionale come la summa di quanto non deve essere fatto. Idem appare subito imbarazzata. Parla poco, non concede alcun materiale scritto ai giornalisti. L’unica perla che regala, è un autogol che rimane nella storia: “Sono un’atleta, non una commercialista”. E di nuovo il web impazzisce, gli epiteti per la surreale trovata si sprecano. Per fortuna parla solo un minuto, Idem. Lascia subito la parola al suo avvocato, che legge in maniera fredda la classica memoria di difesa.

E’ la prima volta che in una sede istituzionale, un autorevole membro del Governo si esprime attraverso un legale (e quindi non si esprime). Dopo tre minuti Idem si alza e se ne va, senza rispondere alle domande della stampa, contravvenendo non solo al principio per cui le conferenze stampa vengono indette con la presenza fisica di giornalisti microfonati (fare domande e ricevere risposte) ma anche a quel minimo di buon senso che prevede di dare disponibilità, mostrarsi convincenti, predisporre l’interlocutore ad un rapporto dialettico positivo, quando non è possibile essere empatici.

Qui tutte le regole della corretta policy di communication crisis sono state violate. Cosa andava fatto? Tutto il contrario: ascoltare da subito i segnali di allarme, predisporsi a ragionare con i tecnici del Comune, i vigili urbani o il Sindaco a monte, prima che a valle arrivi la valanga del Tweet bombing e la mozione di sfiducia in Parlamento. C’erano i tempi per agire, sono stati ignorati per dolo o distrazione? E poi correre comunque ai ripari: scegliere una testata, meglio se indipendente e nazionale, con cui fare ammenda il prima possibile con una intervista individuale fatta sul posto, con le foto alla casa-palestra del mistero che a quel punto avrebbe perso ogni appeal.

E ricorrere a una contromisura tagliata per i social: postare le foto su Facebook, pubblicare il bollettino Imu pagato tardi, soprattutto rispondere con ironia e non chiudendosi a riccio. Non era stata proprio la Santanché, Pdl, che ora ne chiede a gran voce le dimissioni, a suggerire di non versare l’Imu? Dichiarazione riportata da Agi il 17 giugno 2012: “Io l’Imu non la pago. E dico agli Italiani di non pagare questa tassa. Non e’ ne’ uno sciopero fiscale, ne’ una disobbedienza civile. Si tratta semplicemente di una legittima difesa”.

 Qualche spunto per una polemica politica c’era. Ma non è stato usato. Non è stato neanche creato quell’interspazio tra l’epicentro del fenomeno e la sua protagonista, mettendo sulla scena altri nomi, altre dichiarazioni, spostando l’asse dell’attenzione o informando di una particolare circostanza avvenuta nel periodo delle “dimenticanze”. Niente, una crisis non gestita che ha divorato tutto, come un buco nero. Tanto che il meno convinto delle pretese di legittimità della Idem sembra essere stato proprio Enrico Letta, uno avvertito, in fatto di comunicazione. Né il centrosinistra è stato messo dalla stessa Idem nelle condizioni di sostenerla, tanto che un intellettuale d’area come Vittorio Zucconi ha potuto felicemente chiosare: “Chi sbaglia, pagaia”.