Lievita il consenso 


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L'antipolitica non esiste

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A pochi giorni dall’appuntamento elettorale, la vera protagonista è l’antipolitica. Apoteosi di un'invezione linguistica slegata dal proprio significato.
Protagonista assoluta di queste elezioni, prima ancora che il 7 maggio si materializzino i primi risultati, è l’antipolitica. Agitata a spauracchio, sventolata nei sondaggi come vessillo di una sfiducia ai massimi livelli, è un fenomeno che è stato più volte, e in modi diversi, definito ma che non trova corrispondenza nella sua legittimazione linguistica.

L’antipolitica è, o dovrebbe essere, il sentimento di disaffezione alla politica che, spinto ai massimi livelli, conduce al rifiuto della stessa politica nell’emblematico gesto della mancata partecipazione al voto. Espressione che ha visto attribuiti interpreti possessivi in Grillo e nel movimento a lui collegato. All’exploit del comico genovese in campo prettamente politico, sono seguite reazioni della politica preoccupata dall’avanzare del Movimento 5 Stelle.

Il dibattito si è articolato attorno alla parola “antipolitica”, affibbiata a Grillo come una lettera scarlatta sin dal primo V-day, e ormai orgogliosamente sfoggiata dal leader genovese. L’antipolitica viene così agitata a spauracchio per i partiti tradizionali, pericolo da arginare nella ricerca del consenso. Le accuse rivolte all’antipolitica e alla sua impersonificazione, da parte di tutto l’arco partitico, sono generali e parlano di deriva “antidemocratica” ma non colpiscono nel segno.

L’antipolitica non esiste. Quantomeno, la parola “antipolitica” usata nel significato più comune e attribuita a chiunque si opponga ai personaggi politici attuali, è quanto più distante possa rappresentare la relazione tra significante e significato. L’attacco sferrato all’antipolitica, per difendersene, non fa altro che rafforzarla perché colpisce un bersaglio che non esiste.Grillo, il Movimento 5 Stelle, gli astensionisti, chi invita a non andare a votare non solo non è antipolitico, ma è evidentemente un attore politico. E come qualsiasi protagonista della dialettica, porta avanti le proprie opinioni facendo in modo che queste prevalgono rispetto a quelle avversarie.

I partiti tradizionali, quindi, nel loro tentativo di frenare l’emorragia di voti verso il cosiddetto “voto di protesta” o l’astensionismo, dovrebbero essere capaci di trovare una nuova formula linguistica per identificare e rendere riconoscibile come negativo, almeno dal loro punto di vista, un fenomeno che è tutto fuorché “anti-politica”. Questa parola, comoda invenzione linguistica, fatica a imboccare la strada della connotazione negativa e avere l’effetto desiderato dai partiti tradizionali. Anzi, nella connotazione positiva sospinta da Grillo, ha ottenuto l’effetto di essere intesa come fenomeno avverso a questa classe politica, celando la formula più estesa e difficilmente assimilabile “anti-questa classe politica”.

Più l’antipolitica viene demonizzata, più, questo concetto inesistente che vive di un’invenzione del linguaggio, gioca a favore dei propri sostenitori. Quanto più i partiti saranno capaci di incastrarla in una nuova briglia linguistica, tanto meno sarà il successo che questo fenomeno potrà cavalcare.

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