
Dall'esegesi dell'inno interpretata da Benigni agli spot televisivi. L'unità d'Italia si celebra soltanto in apparenza, il territorio racconta un'altra storia. E il calcio rappresenta il vero fattore unitario.
L'esegesi dell'Inno di Mameli andata in onda giovedì sera a Sanremo e interpretata da Roberto Benigni, ha riscosso grande successo lasciando un vago senso di "italianità" negli ascoltatori. Ma, populismo esegetico a parte, nell'anno delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell'unità d'Italia politica e istituzioni veicolano messaggi diversi. E il risultato è che questa tanto sbandierata (nel vero senso del termine) unità d'Italia non esiste nella realtà. Dalla Lega ad altri movimenti partitici indipendentisti e autonomisti, in molti proiettano la propria comunicazione su tematiche che tendono a dividere piuttosto che ad unire.
La distinzione tra partiti autonomisti e indipendentisti meriterebbe un articolo a sè, ma qui si può procedere nell'analisi di un territorio che, dal Nord al Sud presenta tante realtà che non hanno nulla - o poco - da festeggiare. Perché se da un lato si assiste alla trasmissione di spot pubblicitari che richiamano al multilinguismo dialettale come un fattore d'arricchimento culturale; dall'altro giornalisti e operatori dell'informazione distinguono, ad esempio, la Sardegna dall'Italia (dimenticando la parola, fondamentale, "resto"). L'isola dei quattro mori è l'esempio della corretta interpretazione delle volontà popolari. In Sardegna si sono affermati, nel corso degli anni, con discreto successo, partiti e movimenti che hanno rivendicato l'indipendenza dal resto dell'Italia. Spostandosi sull'altra isola per antonomasia, la Sicilia, il Movimento Per l'Autonomia ha riscosso tanto successo da avere un suo rappresentante alla testa della Regione.
La Lega Nord è poi l'esempio più classico di partito territoriale che, storicamente, ha rivendicato una propria patria, la Padania, e la scissione dal resto dell'Italia. E in questi giorni di celebrazioni, la comunicazione del Carroccio ha continuato, efficacemente, a battere su questo punto: Calderoli ha fatto eco alle parole della Marcegaglia sostenendo che non ci sia bisogno di istituire un giorno festivo per ricordare l'evento. Per cui, le critiche alla Lega di questi giorni o gli inviti all'unità proclamati nelle esegesi, colpiscono un bersaglio indolente. La scelta della Lega di rimarcare le proprie posizioni, anche durante le celebrazioni per l'unità d'Italia, è non solo comprensibile ma azzeccata: interpreta alla perfezione il sentimento del proprio bacino elettorale e, mantenendo un low profile lontano dal famoso "Roma ladrona", non smarrisce la propria identità e agisce in maniera tatticamente diplomatica.
Gli altri partiti, di chiara vocazione nazionale, non possono adottare le stesse scelte comunicative e cercano di sfruttare queste celebrazioni per appare più "italiani" degli altri. L'alleanza del PdL con la Lega potrebbe, da questo punto di vista, rappresentare un'arma a doppio taglio. Ma il Cavaliere ha (quasi) sempre saputo ben gestire i patti e la comunicazione con il Senatùr. Il resto d'Italia, dalla Valle d'Aosta alla già citata Sicilia, ha le sue presenze autonomiste e indipendentiste che riescono ad avere seguito perché, probabilmente, comprendono meglio i problemi del loro elettorato.
L'unità d'Italia, aldilà del fascino emozionale che suscita il ricordo di combattenti morti in suo nome, è molto lontana dall'essere realmente sentita. E questo non significa per forza un male. L'unica cosa che unisce l'Italia è il calcio e la sua Nazionale quando scende in campo. Basti pensare ad un dato, l'auditel: Sanremo, il festival della canzone italiana, ha veleggiato sui 10-12 milioni di spettatori nelle sue edizioni più fortunate; Vieni via con me, la trasmissione che voleva parlare a tutti gli italiani, si è attestata sugli 8-9 milioni di telespettatori.
Messi insieme non si avvicinano neanche lontanamente dalla finale dei mondiali di calcio del 2006 che ha visto protagoniste l'Italia e la Francia in campo e 28 milioni di italiani davanti alla tv. Il pallone è l'unica cosa che, realmente, tiene unita questa nazione: dall'incomprensibile parlata di Cassano, passando per le vestizioni d'azzurro dei sardi Cossu e Sirigu, fino ad arrivare al biellese Gilardino e al napoletano Cannavaro, è un trionfo di unità che nessuna celebrazione o partito potrà ottenere. E questo, nel 1994, l'aveva ben compreso Silvio Berlusconi che decise di chiamare il suo partito come l'urlo che si grida allo stadio: l'unico modo per accostare il nome "Italia" ad un contesto famliare e ripetitivo. Tuttavia, anche nel mondo del calcio sono emersi malumori dopo le convocazioni degli oriundi Thiago Motta e Amauri. Il tifo ultras è insorto al grido di "non vogliamo stranieri in nazionale". Se si scuce il mondo del pallone, nulla resterà da festeggiare. Esegesi a parte, s'intende.






