Elezioni in Sicilia, l’analisi del voto


Numeri e confronti con le elezioni regionali precedenti (2008 e 2006): da qui si deve partire per un’analisi attenta del voto in Sicilia e per decretare vincitori e vinti. 

 

i DATI DI PARTENZA

E’ giusto partire dal dato che riguarda l’affluenza. Si tratta di un record (negativo) per un’elezione regionale: il 47% dei siciliani si è recato a votare. Mezzo milione di persone in meno (-12%) rispetto alle elezioni omologhe del 2006. Il dato elettorale del 2008, invece, non puo’ essere un metro di paragone corretto poiché quelle elezioni furono accoppiate con le politiche (il governo Cuffaro cadde anticipatamente) e “spalmate” su due giorni. La maggioranza dei cittadini sicliani aventi diritto di voto, ha deciso di non esercitare il proprio diritto-dovere (oltre il 52%). Inoltre, il dato è rimasto “in linea” con quello del 2006 fino alla rilevazione delle 19 (37,6% 2012, 37,4% nel 2006). Il crollo è quindi avvenuto nelle ultime 3 ore di apertura dei seggi. Passando al risultato, il confronto puo’ essere svolto con entrambe le elezioni regionali precedenti, effettuando i dovuti distinguo. Le elezioni del 2006 sono più “simili” per modalità di realizzazione, quelle del 2008 risultano più vicine per composizione partitica (il Pd e il Pdl erano già nati e andavano incontro ai primi test elettorali).

I PARTITI

Partendo proprio dai partiti maggiori si osserva una sconfitta generalizzata: il Pdl passa dal 33,5% (oltre 900mila voti) del 2008 al 12,9% (247mila voti). Il Pd, invece, passa dal 18,8% (505mila voti) al 13,40% (257mila voti). Perdono numeri entrambi i partiti, ma il crollo del maggior partito di centrodestra è più eclatante se si considera il primo test siciliano del 2008. In quell’occasione, però, votarono oltre il 66% dei siciliani (circa 3 milioni degli aventi diritto) e quindi il bacino di elettori era maggiore. Nel 2006 la sola Forza Italia conquistò il 19,2% dei consensi (471mila voti), mentre i Democratici di Sinistra il 14% (circa 345mila voti). Il Pdl, inoltre, nel 2008 fu avvantaggiato dalla concomitanza con le elezioni politiche. Sull’onda di un esaltante ritorno di Berlusconi (il cui nome campeggiava nella scheda elettorale), dopo l’esperienza conclusasi in anticipo del governo delll’Unione, i voti alla lista del Pdl crebbero esponenzialmente. Si prenda il dato della provincia di Catania (che da sola rappresenta un quinto dei seggi regionali): la lista Pdl raccolse oltre 200mila voti, mentre le preferenze ai candidati furono circa 137mila. Più di 70mila elettori, dunque, votarono il partito di Berlusconi pur non scegliendo un candidato al Parlamento siciliano.

Scorrendo la lista, troviamo l’Udc che guadagna 207mila voti, pari al 10,8% dei consensi. In calo rispetto al 2008 (12,5% con 366mila preferenze), quando esprimeva il candidato presidente della coalizione di centro-destra, e sempre meno del 2006 quando raccolse 319mila voti (13%). Queste circa 160mila preferenze potrebbero in parte essere rinvenute nel risultato del Cantiere Popolare, formazione politica nata proprio dall’Udc durante l’ultima legislatura regionale, e che ha raggiunto 112mila voti (5,9%). Un primo risultato è quindi certo: l’Udc non solo non ha sofferto l’alleanza con il Pd e il sostegno ad un candidato omosessuale, ma è anche l’unico dei grandi partiti ad aver, sostanzialmente, tenuto. La tradizione della Democrazia Cristiana che affonda le sue radici nell’Isola, dunque, resiste all’avvento della Terza Repubblica.

D’altro canto, questo stesso computo puo’ essere applicato al Popolo delle Libertà che, in questi 4 anni, ha sofferto le emorragie di Fli e Grande Sud. I due partiti hanno raccolto complessivamente 200mila voti (85mila circa il primo e 115mila circa il secondo) che avrebbero consentito un incremento quasi raddoppiato, ma non sufficiente a spiegare il drastico calo di voti. Una spiegazione alla perdita di consenso del Pdl trova le sue sponde sicuramente nel forte astensionismo, che punisce le formazioni di centro-destra -meno capaci di mobilitare l’elettorato- e nel successo del Movimento 5 Stelle che raccoglie oltre 285mila voti nell’Isola.

Altro dato interessante, sul livello dei partiti, è quello che riguarda la compagine di estrema sinistra. Nel 2008 si presentò unita sotto il segno dell’Arcobaleno e sfiorò l’accesso all’Assemblea Regionale Siciliana cogliendo il 4.9% (131mila voti). Oggi, la “Federazione della Sinistra” raccoglie solo 58mila voti ( 3,50%) che, solo se sommati a quelli dell’Idv (67mila, pari al 3,10%), avrebbero consentio la rappresentanza parlamentare. L’Italia dei Valori, invece, ha compiuto un balzo in avanti, passando dall’1,8% (meno di 50mila voti) del 2008. Nel 2006, l’insieme di queste liste, si ritrovava a sostegno della candidatura di Rita Borsellino con la lista “Uniti per la Sicilia” che superò la soglia di sbarramento (5,2%) raccogliendo quasi 130mila voti. Sul ripetuto fallimento dei cartelli dell’estrema sinistra pesa la tradizione conservatrice della Sicilia e, per le elezioni dello scorso 28 ottobre, il cambio in corsa del candidato presidente (da Fava a Marano).

Il Movimento per l’Autonomia, il cui leader è il governatore uscente Raffaele Lombardo, trova la sua roccaforte a Catania dove conquista il 15% dei consensi e si piazza subito dietro il M5S e il Pdl. L’Mpa, su base regionale, conquista oltre 182mila voti (9,50%), in calo rispetto al 2008 quando raccoglieva 371mila voti (13,8%) e vedeva il nome del proprio Leader in bella mostra durante tutta la campagna elettorale. In quell’occasione, nel simbolo della coalizione di Lombardo, oltre all’azzurro tipico di Forza Italia prima e Pdl poi, campeggiavano i colori rosso e giallo della bandiera siciliana e che il Mpa ha decisamente ripreso nel restyling con cui si è presentato a queste elezioni. Nel 2006, il neonato Mpa, con 500mila votanti in più della scorsa domenica, ottenne circa 308mila voti (12,5%). Da sottolineare che una costola del partito di Lombardo, il Movimento per la Sicilia, è confluita nella lista di Futuro e Libertà per l’Italia portando propri candidati il cui peso nell’economia del rendimento elettorale è, però, di scarsa rilevanza.

Il Movimento 5 Stelle, infine, ha raccolto il 14,9% dei consensi (pari a 285mila voti), risultando il primo “partito” in Sicilia. Un confronto è possibile pure per il movimento del leader genovese, seppur con i dovuti distinguo. Nel 2008, infatti, la lista “Amici di Beppe Grillo” (embrione del futuro M5S) raccolse circa 46mila voti (1.7%) sostenendo la candidatura alla presidenza di Sonia Alfano.

i CANDIDATI PRESIDENTE

Rosario Crocetta, nuovo presidente della Regione Siciliana, ha conquistato 617mila consensi. Se si pensa che nel 2006 Totò Cuffaro fu eletto con oltre 1 milione e 300mila voti e, nel 2008, Lombardo con oltre 1 milione e 800mila preferenze, ci si rende conto di quanto la bassa affluenza abbia influito sul risultato elettorale. Sia la Finocchiaro nel 2008 (860mila voti circa), sia la Borsellino nel 2006 (oltre 1 milione di voti) -entrambe seconde classificate- avevano fatto meglio del candidato vincente di questa tornata. Nello Musumeci, piazzatosi secondo, ha raccolto 521 mila consensi (quasi 100mila in meno di Crocetta), migliorando il suo “score” personale. Nel 2006, infatti, era candidato per la presidenza e concluse la sua corsa con 136mila voti pari al 5,2%. Quella volta, però, era sostenuto soltanto dal suo partito “Alleanza Siciliana”.

Gianfranco Micciché, candidato per il cartello sicilianista, raccoglie circa 312mila voti (15,40%), pagando più di tutti il voto disgiunto. Le sue liste, infatti, raccolgono oltre 4% in più (19,60%), mentre per Crocetta, Marano e Musumeci il saldo è pari. Ragionamento inverso per Giancarlo Cancelleri (M5S), che da solo ottiene il 18,2% (368mila voti) mentre la sua lista si ferma poco sotto il 15%. 

Il voto disgiunto, cui i candidati hanno fatto grande appello -a vario titolo-, non c’è stato. Non ne ha beneficiato Crocetta dall’estrema sinistra, non ne ha beneficiato Musumeci dall’Udc. La polemica che ha acceso gli ultimi giorni di campagna elettorale, secondo cui il presidente Lombardo stesse dirottando pacchetti di voti sul candidato Crocetta a svantaggio del proprio (Micciché), potrebbe trovare corrispondenza nell’unica candidatura che presenta un voto disgiunto rilevante a danno del presidente sostenuto dalle proprie liste. Se si considera poi che, in provincia di Catania -collegio elettorale di Lombardo- il “gap” aumenta (Micciché 15,5%, liste a sostegno 21,6% – +6,1%-), le ipotesi potrebbero rafforzarsi. Tuttavia, la mancata corrispondenza di un incremento delle preferenze di Crocetta rispetto alle prorprie liste (a Catania 28,1% presidente, 28,7% liste a sostegno), fa propendere per un gioco a somma zero in cui il voto disgiunto legato alla candidatura di Micciché, in realtà si disperda nella scelta di non votare il candidato presidente collegato oppure nel voto a Cancelleri, l’unico candidato che guadagna dal voto disgiunto. 

Quest’ultimo è anche la testimonianza di quanto buona parte dell’elettorato a 5 Stelle esprime nell’urna la propria rabbia e delusione nei confronti dei partiti, limitandosi ad indicare il Presidente e non la lista e, ancor di meno, il candidato al Parlamento regionale.

LA COMPOSIZIONE DELL’ARS

Con l’assegnazione di 15 seggi su 90 disponibili al Movimento 5 Stelle, la geografia parlamentare siciliana, cambia radicalmente. Il Pd ottiene 14 seggi, il Pdl 12, l’Udc 11, l’Mpa 10. Il crollo dei partiti è sensibile: a Catania scattano solo 3 seggi per il Pdl (8 nel 2008), a Palermo 3 (erano 9); saltano le rappresentanze in provincia di Caltanissetta ed Enna per il Pdl. Il Pd passa da 5 a 3 a Palermo e da 4 a 2 a Catania. La lista Crocetta Presidente, che guadagna 118mila voti (6,2%) sarà rappresentata da 5 deputati regionali. E questi cinque non possono essere sommati algebricamente al Partito Democratico perché computano anche rappresentanti provenienti dal centro-destra (è il caso dell’ex-sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale) che hanno riscosso un buon successo personale.

Sono 32 i nuovi eletti (oltre il 30% di turn-over), con 9 donne che rappresentano il 10% del totale e migliorano la magra presenza femminile all’Ars (3 le deputate che siedevano a Palazzo dei Normanni). Se però si pensa che dei 32 nuovi eletti, quasi la metà (15) sono del M5S, si comprende bene la fatica dei partiti a rinnovare la propria offerta politica ed elettorale. Stesso discorso vale per quanto riguarda l’età: sono 11 i giovani deputati (under 35), 5 donne e 6 uomini, che entrano all’Ars. Il M5S, da solo, ne porta in dote 7 costituendo praticamente i 2/3 della rappresentanza “verde” alla Regione. Il più votato è Luca Sammartino che in provincia di Catania ha raccolto 12657 voti. Si possono rilevare conclusioni analoghe alle precedenti.

COSA EMERGE DAL VOTO SICILIANO

Il risultato del voto siciliano lascia sul campo alcuni dati che la classe politica dovrà valutare e saper interpretare correttamente per preparare al meglio le prossime sfide elettorali:

– la disaffezione alla politica cresce e si manifesta, in primis con la scelta di non andare a votare e, in secondo luogo con un voto al Movimento 5 Stelle. Si dovranno muovere le leve della partecipazione e si dovrà migliorare la reputazione dei partiti per fermare questo trend.

– l’alleanza Pd-Udc non ha avuto una significativa riprova della sua buona tenuta o del suo fallimento. Il partito di Casini è sembrato quello che ha perso meno in termini di voti -nonostante la prima alleanza con un partito di centro-sinistra in una regione tradizionalmente conservatrice- ma il Pd ha perso molto in termini di voti e il suo candidato alla presidenza non è riuscito a staccarsi dall’immagine dei partiti che lo sostenevano e a conquistare ulteriori fette di elettorato. Il test per Bersani e Casini è andato a vuoto e banchi di prova più probanti, salvo altri colpi di scena, prima delle politiche, potranno essere rappresentati dalle regionali di Lazio e Lombardia.

– Il centro-destra paga, e a caro prezzo, le ultime vicende giudiziarie e l’insicurezza delle propria leadership trasmessa attraverso i continui messaggi contraddittori lanciati sia dall’ex-premier Berlusconi che da noti esponenti del partito. In Sicilia, non è servita neanche la candidatura di un uomo esterno al partito (era già accaduto con Cuffaro e Lombardo). Il principale partito di centro-destra non esprime un proprio candidato alla presidenza dal 2001, cioè da quando il presidente viene eletto direttamente dai cittadini siciliani, e questo è un altro dato che deve far riflettere. Musumeci, d’altro canto, ha condotto una campagna elettorale troppo low-profile, non riuscendo ad imporre la propria agenda, i propri temi e a far pre-valere la sua storia, contraddistinta -secondo lo slogan- “dall’onestà”. Se il centro-destra perde la Sicilia, vuol dire che è quanto mai necessario un cambiamento di rotta sia nell’immagine che nella sicurezza e nella stabilità che si trasmette all’elettorato riguardo la composizione e le scelte interne al partito.

– Il neo-presidente eletto è un vincitore dimezzato: avrà una maggioranza relativa di 40 seggi e dovrà cercare almeno 6 voti in più per legiferare e procedere nella difficile opera di risanamento dell’economia regionale. Non solo: la truppa a sostegno di Crocetta è molto eterogenea: ai 14 del Pd, si sommano i 6 della lista “Crocetta Presidente” che, si è visto essere composta da candidati appartenenti anche ad altre formazioni politiche, e gli 11 dell’Udc. Sarà sufficiente che l’alleanza con il partito di Casini vacilli o sia esposta alle influenze romane, per rendere definitivamente ingovernabile la regione.

Per concludere, Rosario Crocetta è il primo presidente eletto del centro-sinistra in Sicilia nella storia repubblicana . Ma è un presidente che dovrà negoziare i singoli provvedimenti, che ha il consenso di poco più di mezzo milione di siciliani e che testerà sulla pericolante situazione isolana, l’alleanza con quella che fu la Balena Bianca.