Fenomenologia di un suicidio politico


 

C’è chi, cinicamente, arriva ad accusare il Pd di aver perso le elezioni già più di un anno fa, quando a seguito delle dimissioni di Berlusconi scelse di appoggiare un governo tecnico anziché andare alle urne. Per quanto molto spesso in politica il cinismo paghi più del senso di responsabilità, quello fu un atto quasi dovuto e non me la sento di aggiungermi al coro: il Paese era sull’orlo del collasso finanziario allora, e al rischio dell’ingovernabilità, che sarebbe stato un disastro, si scelse la sicurezza di un governo tecnico temporaneo. Gli errori del Pd e di Bersani sono stati ben altri. Errori che hanno segnato la campagna elettorale come una lunga agonia durata un paio di mesi, durante la quale si è riusciti a dilapidare l’enorme che vantaggio che si era accumulato al termine delle primarie, anche se allora, ad onor del vero, la concorrenza era poca roba: il Pdl era ancora spaccato tra le possibili primarie, la candidatura del Segretario Alfano e il ritorno di Berlusconi e Monti non aveva ancora annunciato la sua “ascesa” in campo.

Eppure già le primarie avevano lanciato un primo segnale, inquietante, a Bersani e ai suoi. Non voglio saltare sul carro del partito del “se ci fosse stato Renzi”, coi se e coi ma si va poco lontani e troppe sarebbero state le variabili in campo anche solo per azzardare una previsione, ma sono fermamente convinto che se Bersani e i suoi avessero ben interpretato i risultati delle primarie, e soprattutto i non risultati, la campagna elettorale appena conclusa sarebbe potuta andare diversamente. Primarie, dicevamo. E’ vero che Bersani in quanto Segretario di partito avrebbe potuto anche non indirle, poiché da norme statuarie era già lui il candidato Presidente del Consiglio del partito. Ma una volta annunciate – merito di cui gli va dato atto – si doveva andare fino in fondo con primarie aperte al primo e al secondo turno. Si è invece optato alla fine per un secondo turno chiuso (per lo più a tanti delusi del centrodestra, simpatizzanti renziani dell’ultim’ora). Lo si è fatto appellandosi all’inviolabilità delle norme (interne), ma i messaggi che arrivarono all’eterogeneo elettorato erano altri: paura e conservatorismo. Oltre a ciò, l’errore clamoroso si sostanziò anche in una grave mancanza di lungimiranza: che senso ha avuto chiudere le porte in faccia a quegli stessi elettori a cui due mesi dopo si sarebbe poi andato a chiedere il voto?

Da lì in poi, come se il Pd fosse finito dentro un perverso circolo vizioso, si sono inanellati una serie di nuovi pesanti errori di valutazione. Primo fra tutti la marginalizzazione dello stesso Renzi, apparentemente figlia più di gelosie e rivalse interne che di un’oculata strategia. Quale logica ha spinto a tenere in panchina un leader capace di prendere il 40% dei consensi? Per di più un leader con grande seguito tra i giovani (particolarmente affamati di volti nuovi, vedasi boom di consensi del M5S internamente a quel target) e con una grande attrattiva verso il vasto elettorato tendenzialmente liberista (vedasi Lombardia e sua importanza per il Senato).

Ma l’errore più grave è stata sicuramente la strategia di comunicazione adottata da Bersani. Si è scelto di proseguire come alle primarie con il basso profilo, con il grave errore di valutazione che se in un contesto come quello delle primarie una simile strategia aveva effettivamente un suo senso, con l’elettorato di sinistra culturalmente avverso alla comunicazione e ai suoi eccessi, in una competizione allargata a livello nazionale sarebbe stato necessario un approccio ben diverso, proprio perché le premesse su cui si basava sarebbero venute meno. Soprattutto alla luce delle strategie dei principali avversari diretti, Berlusconi e Grillo, che avevano nel frattempo prepotentemente riportato la comunicazione al centro della campagna politica. Bersani ha scelto invece di continuare a personificare la “forza tranquilla”, provando ad emulare Mitterand e sognando di vincere come Hollande. Non è riuscito né in uno né nell’altro obiettivo. E questo perché gli italiani, già tradizionalmente ammaliati dal carisma e dalla passione dell’autorità politica, in un momento di particolare insicurezza, ad un silenzioso pragmatismo hanno anteposto il trascinante leaderismo, a vuote litanie su giaguari da smacchiare hanno preferito sogni e promesse.

Piaccia o non piaccia il voto ha detto questo. Gli italiani hanno detto questo. E forse sarebbe ora che la sinistra si adegui all’elettorato e si rinnovi. In fretta.