Gli elettori vogliono davvero le preferenze?

 

Molti si aspettano un forte ricambio nella composizione del prossimo Parlamento che scaturirà dal voto che ci attende fra una settimana. Ma sono anche molti coloro che nutrono dubbi che questo cambiamento sia veramente possibile.

Dipende da ciò che si intende per ricambio. Anche le Camere elette nel 1992, furono caratterizzate da molte facce nuove: circa il cinquanta per cento dei parlamentari risulto’ alla prima nomina. Ma la gran parte proveniva comunque dall’ interno del mondo della politica, avendo ricoperto vari altri incarichi, magari a livello locale o di partito.

Essi erano, cioè, persone sì nuove, ma simili ai loro predecessori per molte caratteristiche (compreso il tasso di criminalità che, come mostra uno studio di Luca Ridolfi (“L’ ultimo Parlamento”, Nis, 1994) è anzi particolarmente accentuato proprio tra gli eletti nel 1992. Queste elezioni potrebbero dar luogo ad un fenomeno analogo.

Secondo una ricerca del Censis, più del sessanta per cento dei candidati proviene dal mondo della politica tradizionale. La gran parte (1,83 per cento) non è mai stata parlamentare, ma, nella sua maggioranza, appartiene a quello che il Censis chiama “ceto politico periferico”: consigliere comunale, regionale, provinciale. D’altra parte, il fatto che molti candidati siano legati al mondo della politica tradizionale, è evidente anche dal modo con cui essi hanno condotto (o, meglio, non hanno condotto) la campagna elettorale.

Questa è stata assai intensa nei dibattiti televisivi e nel confronto tra i leaders nazionali, ma, nella gran parte dei casi, ha coinvolto poco i singoli cittadini. L’ attività “porta a porta”, cosi’ come le tecniche di “direct marketing”, classiche nelle competizioni uninominali, hanno trovato un impiego molto limitato: tutt’al più qualche candidato ha fatto un giro nei mercati della sua città.

Ciò dipende certo dalla scarsità delle risorse a disposizione (limitate da un tetto stabilito per legge), ma, specialmente, trae origine dal persistere, in molti candidati, di una cultura “proporzionalista”, legata proprio alla loro esperienza politica passata: il caso estremo è quello del candidato che si è rifiutato di diffondere la propria fotografia, in omaggio alla tradizione che vuole in competizione il partito, non la persona.

In molti contesti, dunque non c’è stata comunicazione sulle caratteristiche specifiche del singolo candidato e la conseguenza è, spesso, la non conoscenza di quest’ultimo da parte degli elettori.

Un sondaggio condotto pochi giorni fa su un campione di milanesi mostra come quasi nove intervistati su dieci (1,88 per cento) non sono in grado di dire chi sono i candidati della loro zona. E un dato simile è rilevabile a livello nazionale da una ricerca effettuata dalla Rai.

La gran parte degli elettori, dunque, non solo non conosce le caratteristiche e i programmi precisi dei candidati, ma ne ignora financo il nome. Molti cittadini finiranno dunque col votare non sulla base delle figure personali dei candidati, ma prevalentemente in relazione agli orientamenti politici precedenti o, assai spesso, all’ immagine televisiva offerta dai leader nazionali.

In definitiva, questa campagna appare sin qui assai tradizionale, sia per le caratteristiche di molti candidati, che per le modalità con cui si è svolta. Ma il passaggio da una cultura politica “proporzionale” ad una “maggioritaria” è necessariamente lungo e laborioso e nessuno può pretendere che avvenga in pochi mesi.