Il Pizzino di Saro: orazione contro la congiura


Rosario Crocetta torna a comunicare in modo diretto con i cittadini, cercando una forma di comunicazione istantanea e che possa raggiungere più persone possibili. Sceglie Facebook e l’istantanea del “pizzino”, così come aveva fatto nella campagna elettorale che lo portò a Palazzo d’Orleans.

Lui, epigone del professionismo dell’antimafia che ha costruito un’architettura retorica sulla lotta a Cosa nostra, usa uno degli strumenti di comunicazione mafiosi più noti all’opinione pubblica: il pizzino. Un’antitesi tra personaggio e mezzo che vuole rimarcare la propria connotazione antimafiosa e porre in maniera netta la frattura con il passato.

Del pizzino, tuttavia, non conserva la forma criptica (sarebbe un errore) né la brevità (sarebbe una mossa azzeccata). Nel primo messaggio da Presidente pubblicato sul social network più popolare del Paese, Crocetta narra la sua storia, lo fa in prima persona e rimarcando le proprie scelte politiche, quasi tutte segnate da anticonformismo o “diversismo”. Dai tempi del Pci fino a quelli recenti – e tribolati- del governo regionale, Saro comunica il proprio racconto agganciandolo a quello della Sicilia e della rivoluzione per cui “il popolo siciliano mi ha eletto”.

Il titolo stesso del pizzino “Ho un solo padrone, il popolo siciliano” richiama quel sentimento di amore che si fa servizio, traslazione significativa dal linguaggio cristiano-cattolico. Non mancano i riferimenti alla rivouzione, iniziata “con uno zainetto, un paio di scarpe da tennis e un megafono sotto il braccio”, simboli di un’immagine semplice, povera: francescana. L’andamento del linguaggio oscilla tra la superbia della rivoluzione e –ancora una volta- il vittimismo da accerchiamento politico, con riferimenti indiretti –questo aspetto sì, tipico del linguaggio mafioso- alle richieste di rimpasto che il Pd siciliano ha avanzato in queste settimane al governatore.

I passaggi conclusivi segnano l’epopea di un governatore che, a meno di un anno dalla sua elezione, sente il fiato sul collo degli alleati politici e cerca la legittimazione popolare. Una forza, quella di Saro, che però è claudicante: i siciliani, lo scorso 28 ottobre, hanno preferito in maggioranza non andare a votare. Così Crocetta, novello Caesar siciliano, rende pubblico il “pericolo” che corre la Sicilia e lo manifesta con l’uso del linguaggio bellico: “Adesso io dovrei consegnarmi. Non chiedono un armistizio, ma una resa […] si parla solo di imposizioni nei confronti del presidente. Ma un presidente che si fa imporre le cose che presidente è? […] Il Presidente rimane sempre Rosario Crocetta, eletto dai siciliani […] Dirigente del Pd ma non servo di qualcuno […]. Questo è Rosario Crocetta”.

Nei passaggi finali del pizzino, Crocetta scivola dalla prima alla terza persona, segno di una personalità rafforzata dall’incarico ricoperto, uno dei pochi scudi rimasti per difendersi dall’attacco dei congiuranti. Il presidente siciliano, in un momento cruciale della propria legislatura, prova ad appellarsi al popolo per trovare nuova legittimazione e lo fa costruendo l’immagine di un Presidente sotto assedio. Un tentativo che potrà riuscire soltanto se la parola “rivoluzione” non sarà percepita ormai come vuota e se la strategia politica con gli alleati di governo verrà condita dalle arti della mediazione e del compromesso.