La rete tra attualità e nostalgia


Nell’attuale sistema politico italiano, il termine ‘rete’ è ormai d’uso comune per indicare l’insieme degli strumenti che potenzialmente consentono ad una forza politica di amplificare il proprio messaggio, andando al di là dei media tradizionali.

In effetti il termine, che nel linguaggio comune sta ad indicare qualsiasi cosa costruita tramite intreccio di componenti, mutuando la sua accezione informatica di dispositivi interconnessi finalizzati allo scambio di informazioni,  è ormai sinonimo di web, di social e di new media che trovano su Internet, ‘rete delle reti’, il loro habitat naturale. Così, negli ultimi anni, si é verificata la crescita esponenziale nell’utilizzo della rete da parte di tutti gli attori che, a diverso titolo, hanno il potere di influenzare l’opinione pubblica, per dirottare le scelte di voto dei cittadini verso un determinato schieramento.

Dai media al sistema politico, fino ai cittadini, veri e propri decisori finali degli assetti governativi, tutti i protagonisti della comunicazione politica sono ormai pienamente coinvolti in questa migrazione verso un canale di comunicazione che, nonostante non possa fregiarsi dell’aggettivo ‘nuovo’, avendo una storia ormai consolidata, nasconde potenzialità ancora inesplorate che, se gestite correttamente, possono mutare i destini di qualsiasi forza politica.

Ne è un esempio il Movimento 5 Stelle che ha fatto della rete la sua forza, andando ad aggredire un terreno fertile perché sottovalutato dai partiti tradizionali, ambiente ideale per lo sviluppo di quello che comunemente viene definito come viral o buzz marketing, o in maniera più semplice, bypassando il tecnicismo delle definizioni, il passaparola. Il passaparola è in effetti il modo più semplice per diffondere una notizia, sfruttando magari gli opinion leader che vivono nelle realtà sociali e che possono contare su una nutrita schiera di seguaci per diffondere un messaggio forte, a tratti rivoluzionario, che sfugge al controllo dei filtri comunicativi, propri dei media tradizionali.

Fare rete per agire sull’opinione pubblica e diffondere idee che spingano il cittadino ad alzare la voce e ribellarsi, facendo leva su una visione della politica che agisce senza ascoltare, che propugna illusioni spacciandole per buoni propositi, che è rappresentante del popolo ma rappresenta le caste, è un concetto che in nel mondo politico ha avuto la sua stagione più esaltante ben vent’anni prima del partito grillino. Un analogia forse azzardata ma che serve per comprendere che, senza accorgercene, i ricorsi storici tanto cari a Vico, sono sempre attuali.

Chi si ricorda di Leoluca Orlando e la sua “Rete”? L’idea di fondo era riunire in rete persone per puntare a cambiare il sistema sociale. Lotta alla mafia e alla corruzione furono i capisaldi sul quale si poggiava la proposta politica, che in poco tempo raccolse consensi tali da diventare, alle elezioni regionali del 1991 il secondo partito a Palermo, con Leoluca Orlando parlamentare più votato in assoluto. E sulla scia di quanto fatto vent’anni fa, Orlando sta provando a replicare il clamore di allora, con “La Rete 2018” che si propone di attrezzarsi per cambiare il mondo con la ‘Retitudine’ (sul manifesto politico del movimento dedicheremo successivamente un approfondimento).

Non sapremo mai se il sindaco di Palermo riuscirà nel suo intento.  Né sapremo mai se i problemi che visse allora la Rete e che arrestarono la crescita del movimento, schiacciato dai suoi conflitti interni, possano ripetersi ciclicamente sul Movimento grillino, una forza politica che analogamente si propone come ‘discontinuità’ con il passato moralizzatore delle istituzioni e che, nonostante le  profonde differenze a livello strutturale e organizzativo con la Rete, sta vivendo attualmente, dopo la sua esplosione, analoghi problemi di assestamento ai quali i leader stanno cercando di porre rimedio.

L’unica certezza è che l’intuizione di utilizzare il termine rete già nei primi anni ’90, fu sicuramente una scelta che anticipò, probabilmente in maniera casuale, quello che sarebbe stato, già dagli albori del terzo millennio, lo strumento più pervasivo e meno controllabile, per sensibilizzare l’opinione pubblica e formare un consenso bottom-up, che dal basso si propaga fino ad arrivare ai centri decisionali, trovando così la forza di contrastare, o almeno contrattare, le scelte fondamentali per la vita dei cittadini.