L’arte del compromesso


Se una lezione hanno insegnato, questi giorni di inseguimento sul nome da accomodare al Colle, è stata quella che la classe politica attuale ha perso la capacità di giungere ad un compromesso. Di coltivare, cioè, quella nobile arte che ha consentito agli uomini politici di diversi Paesi e di diverse epoche storiche, di superare ostacoli all’apparenza insormontabili.

La colpa è, molto probabilmente, dei politici stessi. Con l’evoluzione e la modifica della rappresentanza in Parlamento, la nuova classe dirigente italiana è stata travolta dai sentimenti popolusti di presunte “basi” di partiti e dalle emozioni di piazze agitate a vessillo di grandezza. Così, l’arte del compromesso è diventata pratica dell’inciucio. Il sistema di significati, cioè, si è spostato da una connotazione positiva ad una negativa. E non solo: lo stesso sostantivo compromesso –che, come participio aggettivato del verbo “compromettere” è da par suo velato di un frame negativo- rimanda oggi ad un insieme di significati prettamente negativi.

Eppure, l’arte del compromesso rese possibile a uomini come Lincoln di non dover essere costretto a scegliere tra la schiavitù e la fine della guerra civile ma, invece, poter perseguire entrambi gli obiettivi, sacrificando –da una parte e dall’altra- volontà e benefici per tendere ad un traguardo migliore. Il compromesso, in fondo, non è altro che la congiunzione di due o più interessi diversi in cui ciascuna delle parti in causa perde qualcosa, ma da cui la comunità trae un beneficio maggiore.

Nei giorni in cui si elegge il Presidente della Repubblica si è assistito ad uno spettacolo che ha sancito la sepoltura dell’arte del compromesso in favore della rincorsa del comune sentire. Una lettura spesso basata più sull’abile circuito comunicativo indotto dagli opinion leader che da una sostanziosa mobilitazione di massa.

Alcuni esempi: la candidatura di Emma Bonino è stata sospinta dalla rete, spesso sostenuta da sondaggi -senza alcun valore statistico- divulgati dai principali quotidiani online. E ancora: la vulgata che ha accompagnato la figura di Stefano Rodotà è nata sulla spinta delle “Quirinarie” del Movimento 5 Stelle. Votazione di cui –a tutt’oggi- non si conosce il numero dei votanti, senza dimenticare il fatto che lo stesso Rodotà si è comunque piazzato terzo, alle spalle di Gabanelli e Strada. Un insieme di casistiche che, alimentato dalla forza amplificatrice dei social media, testimonia l’inseguimento della classe politica del sentire di quella che è stata definita la “base” o il “popolo”. Nulla di tutto questo: nessuno puo’, infatti, dire che la maggioranza degli italiani –o una parte considerevole di questi- preferirebbe Rodotà o Bonino al Quirinale.

L’arte del compromesso si scioglie, così, per l’incapacità di una classe politica di riscoprire il valore dell’accordo, di attestare la propria appartenenza partitica nella fiducia. La prima viva testimonianza a riguardo è stato il tentativo di elezione di Franco Marini. I “ribelli”, che si sono opposti alla candidatura dell’ex-presidente del Senato, sono stati salutati come salvatori della patria. Al contrario: rifuggendo la logica del compromesso, non comprendendo che dalla cruna del Quirinale passasse l’ago del prossimo Governo, hanno alimentato e prorogato un clima di instabilità che prosegue da quasi sessanta giorni.

I parlamentari e senatori della Repubblica non sono stati eletti per ascoltare la base, ma per esserne espressione responsabile e operare scelte, talvolta dolorose, per un bene collettivo e comune. L’inadeguatezza dei dirigenti dei partiti e degli uomini politici ha reso possibile la trasformazione del compromesso da nobile arte che giustifica i mezzi a strumento di tortura di una democrazia già malconcia.