L’ingresso in politica tra salita e discesa


Silvio Berlusconi, nel 1994, annunciò il proprio ingresso in politica parlando di una “discesa in campo”. La metafora calcistica, divenuta poi di uso comune nel linguaggio della politica, è stata spiegata dal Cavaliere con una cornice di significati che rimandava ad un senso comune diffuso per chi viveva gli anni di Tangentopoli e di fine della Prima Repubblica.

Il diffuso sentimento di distacco verso la classe politica e il rigetto dei partiti non potevano che restituire un’immagine negativa per chi sceglieva di presentarsi alle nuove elezioni politiche. Così Silvio Berlusconi, imprenditore di successo, trasformò il debutto nell’agone politico in un estremo gesto di responsabilità nei confronti del Paese. Ecco che “la discesa”, in questo caso, rimanda ad un insieme di significati positivi che fanno riferimento alla sfera del “salvataggio”, dell’impegno, della “solidarietà”. La discesa, in questo caso, è di un superuomo che vola in alto e che, mosso da compassione per il proprio Paese, scende sulla terra per restituire agli uomini la salvezza. È una scelta linguistica strettamente collegata alla sfera religiosa: la “discesa” è, infatti, un’immagine ricorrente nella liturgia cristiana e cattolica. Un “frame” che, quindi, coglie nel segno sia perché inserito in un contesto storico di crisi della classe politica, sia perché rimanda ad un insieme di cornici di significato molto pregnanti nella cultura italiana.

Dal 1994 alla campagna elettorale di questi giorni, la direzione dell’ingresso in politica si è invertita. Mario Monti ha parlato di “salita in politica”, sradicando la metafora calcistica, fino a farne il proprio slogan della campagna elettorale. Il Premier ha spiegato la propria scelta linguistica facendo riferimento all’antichità greca e romana, quando la politica era intesa come qualcosa di “alto”, nobile e affidata agli uomini migliori (oi aristoi). Si tratta quindi di una logica opposta, così come indica l’opposizione della parola, alla “discesa”. Tuttavia, in quelle che sembrano essere le macerie della Seconda Repubblica, con un sentimento di avversità nei confronti dei partiti galoppante, comunicare il messaggio di un impegno “nobile” e virtuoso legato alla politica, è molto difficile. La scelta di declinare la frase di Monti nello slogan “l’Italia che sale” potrebbe essere utile ad aggiustare il tiro. Il claim comunica l’immagine di un Paese che inizia un movimento contrario a quello di crisi che lo ha “precipitato” nelle secche di un’economia in recessione.  È altrettanto vero, però, che il movimento ascensionale è anche associato ad altri universi di significato che rimandano al distacco, all’allontanamento. E anche qui la sfera religiosa –con la “salita” al cielo- si insinua nelle pieghe che attivano i diversi “frame” personali.

Inoltre Monti, provando a distaccarsi da Berlusconi con una formula linguistico-comunicativa in opposizione a quella del Cavaliere, in realtà ne ha ricordato l’efficacia. I significati cui rimandano “salita” e “discesa” sono molteplici ma, se associati alla politica, comunicano messaggi non sempre univoci e difficilmente controllabili se non veicolati con il giusto spin.