Lo spin dei decreti governativi


La semplificazione, in formule linguistiche brevi e concise, dei decreti varati dal Governo ha iniziato ad avere una forte eco quando l’ex-Premier Mario Monti partorì il “Salva Italia” cui seguì il “Cresci Italia”. Un’impronta onomastica da consegnare alla stampa e, in seconda battuta, all’opinione pubblica per veicolare e inquadrare l’immagine e l’azione di Governo. In questi giorni il Governo Letta ha varato il decreto del “Fare” usando, anche in questo caso, un verbo che, di per sé, indica un’azione e isolandolo rispetto all’accoppiata con un sostantivo e/o un aggettivo.

I nomi dei tre decreti hanno in comune l’uso di verbi che rimandano a dei movimenti. In particolare, nei nomi scelti dal Governo Monti, l’uso dell’imperativo “Cresci” ricorda gli slogan diretti e impetuosi della comunicazione politica post-fascista. Il “Salva Italia”, invece, rimanda ad un insieme di significati in cui a compiere l’azione è il Governo stesso che si intesta l’arduo compito di trascinare il Paese fuori dalle secche della crisi attraverso misure straordinarie. Il messaggio, nel complesso, è comunque positivo e fa riferimento alla figura del supereroe che, per definizione, è operatore di salvezza. La salvezza, poi, è un concetto classico della semantica religiosa che nell’opinione pubblica italiana ha ancora il suo grado di coinvolgimento.

L’imperativo della crescita è stato sapientemente legato in maniera consequenziale alla salvezza del primo decreto. Una “fase 2” che, in questo caso, necessita di uno sprone e un invito per poter essere compiuta. Dalla crescita si è passati al “fare”, un verbo diventato partito alle scorse elezioni con Oscar Giannino alla guida. E un significato, quello del fare, che si vuole contrapporre all’accusa tipica che si muove alla classe politica: tante parole, pochi fatti. Una formula secca, quindi, per mettere nero su bianco gli intendimenti del governo e inquadrare la sua azione nel verbo, ad un tempo più generico e più compresibile, che vuole fungere da contraltare all’immagine di un esecutivo eterogeneo e ostaggio delle diatribe tra i partiti.