Manifesti elettorali: una lunga storia di abusivismo


Ogni competizione elettorale fa tornare alla ribalta l’annosa questione dei manifesti abusivi. Da Nord a Sud, il problema si pone in maniera diversa: chi denuncia l’anticipo delle affissioni rispetto ai tempi previsti dalle leggi (vedi il caso delle ultime elezioni amministrative a Milano nel 2011) o chi si adopera in un attacchinaggio selvaggio su qualsiasi parete (palazzi, portici, immobili in costruzione, ecc.).

Anche i film in passato hanno ripreso questa usanza (vedi Gli onorevoli con Totò o I due deputati con Franco e Ciccio) dove gli attacchini dei diversi candidati si davano battaglia nelle ore notturne per coprire il manifesto dell’avversario.

Tuttavia, questa è una storia che si ripete da anni, molti anni. E non solo in Italia. Il Novecento è stato il secolo dell’immagine: come scrisse Moisei Ostrogorski nel suo La democrazia e i partiti politici in occasione delle campagne elettorali inglesi e americane di fine Ottocento, il manifesto ne era la fonte essenziale: “Nell’infinità di forma e di contenuto che presentano, i manifesti possono considerarsi la quintessenza della campagna elettorale poiché condensano e riassumano il canvass e i discorsi dei meeting per le menti meno aperte e ricettive”.

Già prima della Prima Guerra Mondiale in Italia si faceva un largo uso del manifesto, più o meno confrontabile con quello dei paesi anglosassoni. Marco Severini nel suo La rete dei notabili scrive minuziosamente i particolari di una campagna del 1900 nelle Marche: “la lotta ha assunto quest’anno una fisionomia curiosa: è una gara di manifesti che si succedono gli uni agli altri, e il povero elettore, imbarazzato nella scelta, non sa più distinguere le proposte dalle risposte. Gli elettori non badano alle carte variopinte che si incollano sui muri”.

Ma in Inghilterra non sono stati da meno. Come riporta sempre Ostrogorski “il periodo elettorale è caratterizzato da una vera e propria mania dell’affissione. E’ una specie di corsa al campanile fra i candidati rivali a chi coprirà e ricoprirà di più i muri. Più i manifesti di un candidato sono numerosi, più è grande l’impressione che produce sulla folla”.

Verso la fine dell’Ottocento, comunque, si passò dall’austerità del testo che promuoveva una conferenza o un banchetto elettorale ai manifesti colorati con tanto di immagine dei candidati. In particolare, i manifesti dei repubblicani di natura elettorali e/o commemorativi prendono la “via del colore” solo dopo gli anni ottanta. Dopo un decennio si punta di più su immagini commemorative e più raffinate come quelle di Mazzini o Garibaldi.

Così durante le elezioni del 1904 fu proprio la stampa a chiedere con insistenza delle leggi adeguate per la tutela della proprietà privata.

Dopo più di 100 anni da quella prima richiesta, in pratica poco è cambiato. Ogni volta che si parla di condono o di pagamento delle sanzioni c’è chi si “indigna”, chi se ne esce con un “vorrei ma non posso” ma alla fine il risultato non cambia.

Le proposte per migliorare questa situazione non mancano: maggiore controllo da parte degli organi preposti, sanzioni, più spazi per le affissioni, razionalizzazione delle stampe.

Insomma, la storia si ripete e i manifesti sono sempre lì, a far la loro “sporca” figura in attesa che qualcuno armato di tanta pazienza e olio di gomito li rimuova.

Foto: Indian_Forever