Marchini studia da leader del nuovo centro


E se sull’elezione di Alfio Marchini a sindaco di Roma non scommettesse, sotto sotto, neppure lui? Cosa giustificherebbe l’imponente spiegamento di uomini e di mezzi che il costruttore ha messo in campo per sparigliare comunque la partita? La risposta è una sola: sembra già pronto ad assumere un ruolo di primo piano sullo scenario politico nazionale, magari come federatore di un nuovo centro che va da Rutelli a Casini, inglobando quel che resta dell’arcipelago montiano. La corsa al Campidoglio come trampolino di lancio nazionale, proprio come fu per Francesco Rutelli nel 1993 e per Walter Veltroni nel 2001.

 

In effetti l’andamento del posizionamento strategico dell’Ingegnere non è stato lineare. Aveva pensato di candidarsi alle primarie del centrosinistra, ha raccolto le firme ma poi qualcosa, o qualcuno, lo ha fermato. Sembra vi sia stato l’intervento congiunto di consiglieri autorevoli, dall’amico Franco Gaetano Caltagirone al banchiere “cattolico” Giovanni Bazoli, che lo avrebbero fatto riflettere sull’inopportunità del limitarsi a rappresentare il centrosinistra. Casini è d’accordo: è lui il testimonial ideale per ritentare a mettere in campo la carta del “grande centro”. Francesco Rutelli – che molti ricordano come il primo sindaco del centrosinistra forte – lo benedice come miglior candidato in campo. Fa il tifo per lui Gianfranco Librandi, per Scelta Civica, che porta in dote i montezemoliani. Si aggiunge alla tifoseria Francesco Nucara, segretario del Pri che gli propone qualche nome per la lista civica, e gli ex compagni di strada di Oscar Giannino, quelli di Fare.

Eppure i sondaggi non lo rassicurano più di tanto, Swg lo fotografa al 5% e il consenso dei media sembra lontano dal tradursi in voti, in una realtà complicata qual è Roma. Marchini non fa mistero di essersi “calato” da poco nell’agone elettorale cittadino. Sul suo profilo twitter, c’è chi gli chiede come vive la campagna elettorale. “I romani sono una continua sorpresa”, risponde lui, vestendo quasi i panni del Marziano a Roma. In una intervista televisiva si tradisce: al derby Roma-Lazio preferisce di gran lunga i tornei di polo, con cui è più familiare. E pur essendosi in breve guadagnato i galloni del fenomeno mediatico, un acchiappashare che parla poco volentieri in romanesco, usa una certa innata simpatia più per dedicarsi ai macrotemi nazionali, la crescita e il fisco su tutti, che per esaminare nel dettaglio le vicissitudini delle società partecipate capitoline.

Di certo è da un bel po’ che il nostro studia da leader politico, lo ammetta o meno. Marchini è socio fondatore e membro del Board Internazionale e Presidente del Board Italiano dello Shimon Peres Center For Peace. Fa parte del Board di Non Governmental Peace Strategies Project, un consesso di big thinker mondiali. Ha fondato l’Associazione Italia Decide – di cui è Presidente onorario Carlo Azeglio Ciampi, con il quale vanta un rapporto diretto – ed è stato nel Consiglio della Fondazione Mariani per le malattie neurologiche infantili. Battaglie umanitarie alte ed impegno globale, lo sguardo sempre ben al di là del Grande Raccordo Anulare. Difficile immaginare che dopo il voto del 26 e 27 maggio, comunque vadano le urne, Alfio Marchini rinuncerà a quel ruolo di primo piano nazionale al quale molti tra i suoi amici, consiglieri e sponsor lo stanno spingendo.