Non mi convince la politica low cost


“Spenderemo poco, pochissimo”, assicurano i deputati grillini. Non sono i soli, ormai il mantra è sulla bocca di tutti. Parlamentari che diventano attenti collezionisti di scontrini con i quali testimoniano la parsimonia delle loro spesucce. E tutta la politica, dai partiti minori alla Presidenza del Consiglio, taglia le spese, riduce i costi, rinuncia a quanto può. Il Pd manderà a casa 180 dipendenti, e mette in vendita il palazzo del Nazareno.

L’Udc rinuncia ai suoi uffici vicino Piazza di Spagna. Il Pdl ha già rescisso il contratto d’affitto di via dell’Umiltà. Gioverà all’efficienza della macchina apicale dello Stato questo carosello di sedi vacanti? E a chi lasceranno quegli uffici nel centro di Roma? Magari ad aziende sane, produttive, efficienti, che potranno ben permettersi di pagare il canone. Già, perché a differenza dei partiti, che sono tutti bad company, esistono anche aziende sane. E cosa ci si aspetta da un’azienda su cui si conta, magari perché siamo noi i proprietari dello stabile da affittare? Che lavori tanto, produca, venda, faccia cassa. Che investa bene, che impieghi personale qualificato e con doppi turni, che abbia i telefoni aperti dodici ore al giorno. Che guadagni utili, che si sviluppi fin dove può, lavorando sodo, anche di notte. Ecco, quello che siamo culturalmente portati ad aspettarci dal privato, non lo chiediamo al pubblico.

Ai politici non si intima mai con la doverosa insistenza: “Lavorate di più”, “Producete il doppio”, “Saltate i pasti pur di chiudere un documento”. Eppure da loro, i nostri dipendenti, dovremmo pretenderlo. E con la voce grossa. Non leggiamo mai un appello tipo: “Tenete aperto il Senato anche la domenica”, “Lavorate al Dpef fino alle due di notte”. Da parte della politica si dà per scontato, per un atavico malinteso culturale, che di produttivo vi sia poco o niente, e quindi tanto vale colpire sul vivo, “tagliatevi lo stipendio” e basta, come se dietro non vi fosse il sottinteso che alla riduzione di stipendio corrisponde scientificamente una riduzione del monte ore di lavoro.

Il mainstream è che “il politico”, categoria dell’antimateria, deve percepire di meno, e poco male se la sua attività politica non incide, non cambia e non rileva. Purché costi poco, sia low cost. E c’è chi ben si adatta a quest’esigenza. Chi va alla Camera e piuttosto che rendersi utile per il Paese impiega il tempo a filmarsi gli scontrini del caffè, addirittura a convocare conferenze stampa per incantarci con la sua spending review personale e di gruppo. E’ tutto sbagliato. Non cambia nulla per il sistema-Italia se un parlamentare costa cinquemila, diecimila o quindicimila euro al mese.

Quello che incide è la sua produttività, quell’insieme qualificante che deriva dalle sue competenze, dalla sua esperienza, dalla sua capacità produttiva, dalla sua rete relazionale, dalla sua conoscenza della macchina amministrativa. Quella che viene misurata con indicatori noti anche al grande pubblico grazie a OpenPolis che rende nota l’efficacia lavorativa di ciascun deputato: quanti documenti elabora, con quale frequenza vota, con quale tempistica interviene in aula. La quantità di ddl presentati, di mozioni, di emendamenti. E il loro peso. Una legge di un solo articolo può spostare un punto di Pil, se ben congeniata. Il risultato? Si stava meglio prima, senza ombra di dubbio.

Con questi parlamentari della diciassettesima legislatura, molto inesperti, spesso distratti, il più delle volte pigri con il materiale legislativo e interessati solo a quello telematico, a conti fatti, tocchiamo il minimo storico della produttività parlamentare. Soprattutto da parte del Movimento Cinque Stelle i cui rappresentanti presentano molte meno iniziative di legge degli altri colleghi, e quindi al netto del rapporto costi/benefici costano ben più degli altri, per la collettività.