Penombra – Il finale


Il sabato sera il Consulente andò nell’ufficio del Senatore per un’ultima chiacchierata. Era arrivato in anticipo e non si stupì di non trovarlo. Ne approfittò per accendersi un sigaro. Questa volta, però, voleva fumarlo fuori respirando i primi profumi dell’estate. Uscì dal retro. Stava per far scattare la fiamma quando notò due ombre che si agitavano nel buio, una decina di metri più distanti. Restò immobile cercando di capire di chi fossero le voci. Il Senatore, senza dubbio. L’altra non l’aveva mai sentita prima. Si avvicinò nascondendosi dietro un muro.

– Se non paghi, qua faccio saltare tutto

– Pago, pago. Te l’ho già detto, devi aspettare qualche settimana dopo le elezioni

– Si, ma io avevo chiesto un anticipo

– Ci sono state tante spese impreviste, quel Consulente lì…

– A me non importa. Per domani ti ho assicurato abbastanza, o sbaglio?

– Si … – la voce del Senatore tremava e il Consulente stentava a riconoscerla.

– E allora vedi di fare quello che ti dico. O vuoi che oltre ai voti, venga fuori anche la storia dell’omicidio?

– No! Per carità, quella no!

– Meglio non sapere che dietro ci siamo noi, altro che gli extracomunitari! – scoppiò a ridere fragorosamente.

– Ti pagherò tra una settimana esatta. Lo garantisco. Adesso lasciami andare, sono in ritardo.

Il Consulente risalì in fretta i gradini e tornò in ufficio. Si sedette e incrociò le gambe sulla scrivania. Quando arrivò il Senatore, si era appena acceso il sigaro e la prima boccata si diffondeva nella stanza.

–  Scusa il ritardo, un contrattempo… – disse trafelato il Senatore.

–  No problem – tagliò corto.

–  Allora pronto per domani sera?

–  Non ci sarò, mi spiace

–  Stai scherzando?

–  Non posso esserci, mi hanno chiamato per un lavoro e devo assolutamente partire questa notte.

–  Ma chi vuoi che ti chiami se le elezioni sono finite? –chiese stupito il Senatore.

–  Non si tratta di un politico. Ma non posso dirle di più. Comunque, sono sicuro andrà bene.

–  Ma non puoi lasciarmi proprio adesso! –sbottò il Senatore.

–  Il mio lavoro è terminato, la sua vittoria, da adesso, non dipende più da me. E forse non lo è mai dipesa.

La coltre di fumo nella stanza si fece densa. La luce dei neon era flebile. Il Consulente tirò un’ultima boccata al cubano e guardò dritto negli occhi il Senatore. Per un attimo sentirono l’odore della diffidenza del loro primo incontro. I volti nascosti nel buio, nella penombra delle luci del neon, dei tramonti e delle lune si perdevano l’uno nell’altro. Il Consulente si avvicinò il più possibile alla luce che divenne forte, d’improvviso: adesso il Senatore lo vedeva bene in volto, come mai gli era capitato:

– E’ lei che dovrà stare qui sotto, Senatore. Io sono solo una delle sue ombre.