Politica, l’arte del possibile


 

Già negli anni ’50, il sociologo Ervin Goffman aveva ben delineato l’idea della vita sociale come un grande palcoscenico sopra il quale avvenivano tante piccole rappresentazioni teatrali. Oggi più che mai questo schema potrebbe applicarsi alla politica, visto che apparire è diventato lo scopo fondamentale da raggiungere, a scapito molto spesso di contenuti reali.

D’altra parte non ci stupisce più nulla: ci sembra normale che foto di una manifestazione venga ritoccata con Photoshop per mostrare più gente di quella realmente intervenuta, e non ci sconvolge nemmeno venire a sapere che spesso nelle grandi manifestazioni di piazza intervengono figuranti salariati per creare un effetto di grande seguito.

Non pensiamo che questo enorme lavoro sia inutile, l’effetto “gregge” viene studiato dalla psicologia da almeno un secolo. La verità è che una massa di gente tende a seguire quanto detto o scritto anche da un solo individuo se ha l’impressione (attenzione, non la certezza, si parla di impressione) che questi sappia cosa fare. Va da sé, se il seguito è così alto probabilmente quella persona che sta parlando ha grandi capacità.

Ho usato la parola massa, perché sociologicamente “massa” e “folla” hanno significati diversi. Una folla è un insieme di molte persone che, trovandosi fisicamente riunite in uno stesso luogo, agiscono in maniera uniforme ad una certa situazione. Una massa è sempre un insieme di persone ma che non si trovano in uno stesso posto, che quindi potrebbero essere molto distanti tra loro fisicamente, pur vivendo un’esperienza comune. Questo il motivo per il quale in comunicazione politica si tende a parlare di massa e non di folla, soprattutto in epoca moderna, dove i new media (o mass media) sono i mezzi principali per la diffusione delle informazioni.

Nei social network, per riuscire a diffondere dei messaggi bisogna creare un sentimento o un’emozione, e qui il populismo diventa importante. Su Twitter, diventa ancora più evidente considerando che il messaggio deve essere anche molto breve ma di effetto, perché lo scopo non è solo passarlo ai propri follower, ma indurre questi a ritwittarlo ai loro rispettivi lettori. Perchè diventa importante il populismo? Perché l’informazione deve fare effetto, deve essere spettacolare per poter indurre un’emozione. Un frase ad effetto vale più di un lungo discorso, soprattutto quando ci si trova a comunicare ad una massa disomogenea.

Per non perdersi nel discorso, perché pagare dei figuranti per fare apparire la piazza del comizio colma? Perché se si parla di una folla acclamante, sicuramente la notizia verrà riportata da tutti i media, sarà ritwittata in continuazione, sarà riempita di “mi piace” condiscendenti sulle bacheche. Poi si scopre il trucco, ma ormai la notizia è passata, e ha creato quella sensazione che rimane comunque in chi l’ha letta così tante volte.

Per concludere, in questa logica di comunicazione, apparire è diventato molto più che essere. Parlare di estetica personale sarebbe inutile: probabilmente l’unico settore professionale che non conosce crisi è quello della chirurgia estetica. Ma l’apparire è diventato fondamentale anche sui media, a scapito molto spesso dei contenuti. Tweet inutili, frasi ad effetto, accuse che non possono avere risposta, senza contare il numero di persone che semplicemente ritwitta messaggi di altri ma che non comunica nulla di suo.

Una speranza, una sola, che si ricominci a dare importanza al contenuto e che nell’iterazione non ci siano solo parole ma anche informazioni. Non importa quante persone hanno partecipato al comizio e se la piazza era per metà vuota, conta quanto si è detto nell’occasione.