Quel film di carta sulla Lady di ferro


Ci sono tanti e diversi modi per raccontare la vita di un personaggio politico che ha segnato un epoca e ha inciso le proprie scelte sui grandi mutamenti della Storia. Il rischio, comprimendo il racconto in una pellicola destinata al grande pubblico, è quello di perdersi in racconti banali. Lloyd prova, ma non riesce, a imboccare la strada della particolarità della prima donna alla guida di uno dei Paesi chiave nel contesto europeo e internazionale. Il profilo centrale di Margaret Thatcher che la peliccola restituisce, è quello umano di una donna che nel pieno di una rivoluzione culturale che fatica a sbocciare, prova e riesce -lei sì- a scalare la gerarchia politica di un apparato istituzionale tutto uguale, nella forma e nel genere.

E’ un modo, possibile, di raccontare la storia della Thatcher e della Gran Bretagna, evitando di scivolare nella didascalia del racconto storico che poco si adatterebbe al pathos cinematografico. Nulla da discutere, quindi, sulla scelta del taglio che si è voluto dare all’immagine della “Lady di ferro”; molto da eccepire, invece, sulle forme con cui questo racconto ha preso vita.

Il tentativo di raccontare la solitudine di una donna che si trova a combattere in un mondo sovrastato da giganti e vincere ognuno di questi scontri, pur lasciando per strada gli affetti familiari -qualunquismo che si avverte nell’aria-, si avvita su se stesso e sprofonda nel maschilismo che si mette alla berlina e che si denuncia come impervio ostacolo e, allo stesso tempo, valore aggiuntivo alla scalata della Thatcher.

Il film sembra dipingere i tratti di una donna qualunque degli anni ’80 che vive l’ansia e le angosce di dover coniugare lo stereotipo lavoro e famiglia, nella scomoda posizione di Primo Ministro. Insomma, la Thatcher della Lloyd è una donna eroina come tante -seppur l’apparenza dica il contrario- ce ne sono state, sì da essere incise nel propotipo Giovanna D’Arco. La forza della Thatcher, il ferro che ne ha costituito la chiave per l’ingresso nella Storia, non è stata di certo la lotta ad un universo maschilista e misogino, bensì la capacità di operare scelte impopolari ma lungimiranti che hanno condotto il Regno Unito fuori da uno dei periodi più bui della sua storia.

“The Iron Lady” è intriso di quel femminismo autoreferenziale e improduttivo che oggi contrassegna in larga parte le rivendicazioni di genere e la parità di diritti per uomini e donne. Non riecheggia, se non come promemoria per lo spettatore ignaro del contesto, il perché un politico come Thatcher sia passato alla storia. Non di certo per il suo isolamento femminile, cartaceo ed esposto al degrado dei tempi.