Quella strana categoria della donna in politica

Oggi – in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera – la ministra smentisce categoricamente di aver pianto (ammette invece che ciò successe sette anni fa in seguito a una discussione con Silvio Berlusconi durante un Consiglio dei Ministri) e punta il dito contro chi vuol trasformare “un problema serissimo come quello dei rifiuti, della salute, delle ecomafie” in un “problema di donne” con contestuali analisi socio-psicologiche sull’”isteria e il ciclo…”.

Le donne in politica non sono una categoria. Ognuna ha la sua storia e le sue competenze. Se Tremonti, Alfano, La Russa hanno un problema, si parla di quello. Se ce l’hanno la Prestigiacomo, la Gelmini, la Carfagna, si parla delle donne, delle loro lacrime, dei loro nervi.

Purtroppo l’analisi sembra azzeccata (almeno fino a quando non si leggerà sui giornali di un Alfano che annuncia in lacrime le proprie dimissioni). La rappresentazione delle donne che fanno politica è dominata dal leitmotiv della loro appartenenza a una categoria “un po’ particolare”: atteggiamenti, comportamenti, dichiarazioni vengono ricondotti non alla personalità individuale, ma all’essere parte dell’universo femminile. Volubili, instabili, sensibili, determinate non in quanto singole persone dotate di tali caratteristiche, ma in quanto donne. In un mondo in cui la presenza maschile risulta predominante è considerato persino politicamente corretto farne un’unica categoria da proteggere e aiutare con quote rosa e incentivi alla presenza tra i banchi. Segno di accettazione di una sconfitta culturale nella società in cui per ottenere una parità di accesso ed eliminare gli impedimenti si rischia di piegarsi all’idea di essere, di pensare di aver ragione di essere e di poter continuare ad essere una specie da proteggere, destinata a fare colore.

La rappresentazione della “politica al femminile” nel nostro Paese si inserisce senza discontinuità nella problematica rappresentazione della donna data dai media nazionali e comunemente acquisita. Quella per cui spesso ci scappa la battuta sulla Gelmini, mentre magari non ci sarebbe scappata con gli stessi toni sull’ex ministro Fioroni, anche lui a suo tempo autore di una discussa riforma. Le ministre dell’attuale Governo Berlusconi sembrano particolarmente esposte a un certo tipo di umorismo allusivo e di critica, probabilmente perché la loro credibilità è condizionata dall’essere state scelte da un Presidente del Consiglio sicuramente non noto per la propria eleganza e correttezza nei rapporti con l’altro sesso, ma accusato di essere uno dei fautori di quella che qualcuno ha definito “mignottocrazia”. Lui stesso è anche uno dei principali alimentatori di questa visione delle donne in quanto indefinito insieme dotato di strane peculiarità: da un lato auspica l’incremento della partecipazione delle donne alla politica, dall’altro ci spiega che i problemi sorti con Mara Carfagna e Stefania Prestigiacomo sono legati al fatto che “le donne ci credono fino in fondo, non hanno attitudine al compromesso tipica dei professionisti della politica, poi quando si scontrano con fatti concreti e con atteggiamenti utilitaristici di alcune forze politiche, l’idealità prevale sul mestiere”. Insomma, il suo essere donna condiziona la Prestigiacomo tanto da impedirle – dopo 16 anni di presenza in Parlamento – di potersi considerare ed essere considerata una professionista della politica…
E’ chiaro che in un sistema del genere l’imbarazzante lite tra due parlamentari che si danno della “vajassa”  rischi con molta facilità di essere ripresa per diventare un comodo stereotipo di una nostra classe dirigente femminile.

Anche fuori dai confini nazionali le aspettative nei confronti di una donna che si inserisce in ambienti politici sembrano essere legate all’attesa di una figura che induca maggiore confidenza e ostenti la propria sensibilità. Durante le elezioni presidenziali francesi del 2007 si parlava di sfida tra Sarkozy e Ségolène (Royal): per lui si usava il cognome, a lei ci si riferiva solitamente utilizzando solo il nome. Michelle Obama appare nelle cronache sempre impegnata nel volontariato e nella protezione dell’infanzia. Chi, invece, come Hillary Clinton è stata dipinta come “troppo maschile” ha dovuto ammorbidire la propria immagine, diventando semplicemente Hillary, l’amica e confidente più che la candidata per la corsa alla Casa Bianca.