Renzi, l’inglese e la generazione Celentano

Sì, anch’io ho condiviso il video su Facebook, l’ho commentato e in fondo mi sono divertito. L’intervento in inglese di Matteo Renzi a Venezia in occasione del Digital Venice ha suscitato il solito dibattito sui politici italiani alle prese con le lingue straniere.

Renzi non è il primo e nemmeno l’ultimo dei politici nostrani che si avventura a parlare un inglese “made in Italy”. Ricordiamo giusto qualche nome: Berlusconi, Rutelli, La Russa, Pittella.

Cosa dire? Il discorso del Presidente del Consiglio italiano ha fatto acqua da molte parti. Dal punto di vista dei contenuti si è praticamente limitato a sparare qualche aneddoto su sua madre, Meucci e Leonardo Da Vinci.

Forse potevano starci se accompagnati da qualche azione concreta da portare avanti per l’Agenda digitale italiana ed europea. Già noti i temi (giustizia digitale, digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, competenze digitali e via dicendo), ripeterli in quel contesto, per gli addetti ai lavori, non è stata una novità.

Dal punto di vista linguistico sicuramente è tutto da rivedere. Dalla pronuncia maccheronica al tentavito maldestro di tradurre in inglese i modi di dire italiani, dagli intercalari a go go alla gestualità più adatta a un contesto italiano che internazionale.

Sarebbe stato meglio preparare un discorso scritto, averlo riletto e interpretato più volte e probabilmente oggi “Shish is the word” non sarebbe esistito.

Ma a parte le suddette critiche che sono piovute da molte parti (si sa, in Italia, oltre a essere 60 milioni di allenatori, siamo anche un popolo di interpreti e traduttori di prim’ordine), dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il dito puntato contro il politico di turno.

Renzi rappresenta d’altronde ancora una generazione poca avvezza agli scenari internazionali (altro che generazione Erasmus!) e all’uso corrente della lingua inglese. Come tanti di quelli che lo hanno criticato negativamente.

Se è vero che la sua simbologia politica raccoglie in parte “l’eterno ritorno” della cultura anni ’80 (ricordate le immagini col giubbotto stile Fonzie, no?), come possiamo aspettarci che Renzi sia pronto a sfoggiare un inglese di scuola oxfordiana? Credo sia più giusto accostarlo al “Prisencolinensinainciusol” di Celentano.

E poi, per riprendere l’ultima volta l’aspetto linguistico con una metafora. Le lingue sono come una pianta: non crescono se non sono curate quotidianamente. Probabilmente Renzi, come milioni di italiani, non passa ore e ore della sua giornata a parlare con la Regina Elisabetta o con Obama. Quindi, un po’ di elasticità nei suoi confronti non guasterebbe.

Dal punto di vista politico, non ci aspettiamo rivoluzioni in Italia dopo questa figura. Ricordiamo la scenetta del “kapò”? Era il 2003 e mi sembra che Berlusconi abbia continuato a governare tranquillamente ancora per diversi anni.

Tutto passa dal tritacarne mediatico, ricordiamocelo. Ancor di più se video, foto e parole si prestano all’ironia o alla critica negativa solo sul Web. Il tempo di un tweet e tutto è passato.

Allora tanto vale riprendere la domanda di Neil Postman scritta nel suo libro “Divertirsi da morire“: chi è disposto a prendere le armi contro un mare di divertimenti?