Sardegna 2014: è centro contro periferia?


Se Stein Rokkan – viaggiando nel tempo, nello spazio e di certo subendo un forte sbalzo termico – si fosse trovato non più nella Norvegia di metà ‘900, ma di fronte alle elezioni regionali in Sardegna del 2014, non avrebbe tardato a rilevare una profonda frattura tra centro e periferia come motivo principale della prossima campagna elettorale.

In balìa di una devastante crisi economica e messa in ginocchio anche dalla drammatica alluvione, evento che ha fatto riemergere uno spirito comunitario – un “noi sardi” contro tutti – sempre latente in Sardegna, ma che mai in passato ha trovato una convinta espressione politica di maggioranza, l’Isola si prepara alla scelta delle urne.

Alle ultime politiche è stata terra di conquista per il M5S, che con il 29,68% alla Camera si è affermato come primo partito. Non poco scalpore ha quindi suscitato la decisione di Grillo e Casaleggio di non presentare una propria lista nella contesa regionale del 16 febbraio: un diniego che è stato motivato ufficialmente con la necessità di ricomporre dissidi interni al movimento isolano.

Il candidato da battere è perciò il presidente uscente Ugo Cappellacci che correrà sotto la bandiera di Forza Italia. Ricomposto lo strappo con il suo mentore Berlusconi, il leader del centrodestra rappresenta uno dei paradossi più interessanti di questa sfida elettorale. Da una parte il nome del suo partito e la sua affiliazione parlano chiaro, dall’altra la sua campagna è tutta incentrata sulla lotta contro lo “Stato patrigno”, colpevole di abbandonare e penalizzare la Sardegna, privandola delle risorse e dei poteri necessari al suo sviluppo. 

Pur colpito da guai giudiziari (per bancarotta fraudolenta e abuso d’ufficio), Cappellacci può vantare una recente assoluzione in uno dei processi che lo vedeva coinvolto e successi politici come l’aver scongiurato il pericolo che le armi chimiche siriane sbarcassero nel porto di Cagliari. Gode dell’appoggio – oltre che di UDC, Riformatori, Fratelli d’Italia – anche di Partito Sardo D’Azione (che a lungo ha tentato di trovare un accordo col centrosinistra), Progetto Nazionalitario UDS e Movimento Sardegna Zona Franca – uno dei piccoli schieramenti che si batte per la zona franca integrale nell’Isola – guidato da Maria Rosaria Randaccio.

Lo slogan di Cappellacci “Qui, ora, insieme.” si contrappone esplicitamente al “Cominciamo il domani” del candidato di centrosinistra Francesco Pigliaru. Chiamato in corsa a sostituire la candidata alla presidenza Francesca Barracciu – l’europarlamentare rimasta invischiata nell’inchiesta sull’utilizzo dei fondi ai gruppi regionali – Pigliaru è stato assessore al bilancio nella giunta Soru. Professore ed economista, vuole essere il volto serio gettato nella mischia da un PD che dietro le quinte è agitato da lotte intestine. Ma forse non è più il tempo dei professori (se mai lo è stato). Con lui oltre al PD, anche SEL, Centro Democratico, Psi, Verdi, UPC, ma anche qui – a conferma della polarizzazione centro-periferia – troviamo nella coalizione partiti dalla forte caratterizzazione sovranista (come i Rossomori) e indipendentista (Partito dei Sardi e Irs), oltre a un altro degli schieramenti favorevoli all’istituzione della zona franca (La Base).

Vera novità della contesa è la discesa in campo della scrittrice Michela Murgia. La vincitrice del premio Campiello 2010 aveva già da mesi annunciato la sua candidatura. A suo supporto il partito indipendentista Progres e due liste civiche (Gentes e Comunidades). Volto noto e comunicativamente abile, potrebbe riuscire nell’impresa di far superare agli indipendentisti le piccole percentuali cui di solito sono confinati. Molto seguita anche dai media italiani (proprio ieri sera ha duellato con la Santanché a Otto e mezzo), Murgia è accreditata addirittura come principale sfidante di Cappellacci. Animata dalla volontà di rivendicare per i Sardi la possibilità che siano loro stessi a decidere sul futuro della propria terra – per diventare da periferia un nuovo centro – e determinata a rompere lo strapotere dei “soliti” partiti unionisti (e per questo chissà che non raccolga anche parte dei voti “orfani” di Beppe Grillo), guida un progetto che ha messo in campo in questi mesi anche innovative modalità di democrazia partecipativa per raccogliere le migliori idee per una “Sardegna Possibile”, poi confluite nel programma. In un anno che si preannuncia cruciale per le sorti dei movimenti indipendentisti europei (si andrà al voto in Scozia, Catalogna e nel Veneto), quella sarda può essere una prima tappa da seguire con interesse.

Il quarto candidato coraggioso è il deputato Mauro Pili, ex Forza Italia della prima ora ed ex PDL, negli anni convertitosi alle lotte sovraniste. Pili, sostenuto dal suo partito Unidos, lancia la sua “rivoluzione morale e politica del popolo sardo”, determinato a liberare la Sardegna “dalle lobby” e da chi vuole “imbrogliare i sardi”. 

I toni sono quasi da M5S “Schiena dritta. Testa alta.”. Anche qua il richiamo identitario dei sardi contro gli imbroglioni italiani di centrodestra e centrosinistra è decisamente marcato.

Completano la rosa dei candidati alla carica di governatore Pier Franco Devias – del Fronte Unidu Indipendentista – disoccupato di 39 anni che lancia la sfida al “dominio e sfruttamento italiano” per ridare “dignità” al popolo sardo e un’altra delle liste zonafranchiste – Movimento Zona Franca – guidata da Gigi Sanna.

Nell’Isola da sempre si agitano movimenti che rivendicano una dose più o meno importante di autonomia dallo Stato Italiano, ma mai come ora la sfida potrebbe trasformarsi in fuga dal potere centrale.

Last but not least: avrà un peso anche la discussa legge elettorale che prevede il voto disgiunto, con premio di maggioranza importante (60% dei seggi per il presidente che supera il 40%, 55% se si ferma tra il 25% e il 40%). Rimangono fuori le coalizioni sotto il 10% e i partiti non coalizzati che non supereranno il 5% dei voti.