Un nuovo 1994?

Che siate esperti di comunicazione politica o meno, tutti ricorderete quel fatidico discorso pronunciato nel gennaio del 1994 da Silvio Berlusconi, il quale, seduto dietro un’elegante scrivania con alle spalle una libreria su cui era apposta una foto di famiglia, annunciava la sua “discesa in campo“. Ebbene, a distanza di ben diciannove anni sembra quasi di vivere un dejà-vu.

A qualche ora dalla pronuncia dei giudici della Corte di Cassazione che confermano le condanne per frode fiscale del Cavaliere (quattro anni di reclusione) e di altri tre imputati, Berlusconi tenta di essere ancora padrone indiscusso degli schermi, lanciando un videomessaggio. Anche in questa occasione, l’inquadratura è ben studiata: lo ritroviamo – ancora una volta – seduto dietro una scrivania con alle spalle non più la libreria con la foto di famiglia ma due bandiere (quella dell’Italia e quella dell’Europa) e con un foglio tra le mani contenente il discorso che lo stesso è in procinto di pronunciare. Il suo intento principale è quello di dichiarare la sua volontà di restare in campo.

Il punto di partenza della dichiarazione di Berlusconi è rappresentato da un sentito ringraziamento nei confronti dei figli, dei suoi difensori, di tutti gli “amici del Popolo della Libertà” e degli italiani che lo hanno sostenuto ma uno dei nodi cruciali del videomessaggio è costituito da un fervente e rinnovato attacco nei confronti della toghe, di quella magistratura rappresentata come «un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile ed incontrollata, che e’ assurta da “ordine dello Stato” (con magistrati non eletti dal popolo ma selezionati attraverso un concorso come tutti i funzionari pubblici) a un vero e proprio “potere dello Stato”.»

Dopo aver ripercorso brevemente la sua storia -“una storia italiana”, per dirla con il titolo dell’opuscolo che lo stesso inviò a tutte le famiglie italiane in occasione della campagna elettorale del 2001- il Cavaliere cessa di parlare in prima persona e riprende l’utilizzo del “noi” inclusivo.
Tornano così in auge alcune delle tematiche chiave che da sempre caratterizzano le campagne di Berlusconi. Una tra le principali è costituita dalla tematica del “campo“. Nel 1994 il lemma era affiancato al termine “discesa” – quasi a voler sottolineare altre implicazioni visto che può scendere solo chi già si trova in una posizione di supremazia – e stavolta è preceduto dal verbo “restare”: il fatto di restar fermo, dopo esser “sceso in campo” diciannove anni prima è emblematico in quanto evidente manifestazione di una sorta di isotopia ieratica.

Ancora una volta, l’argomentazione di Berlusconi è costruita attorno a se stesso il quale, in qualità di oratore, si caratterizza con una forte autorità e soggettività: per queste motivazioni il Cavaliere dev’essere credibile/creduto attraverso l’adesione ai valori che lui stesso propone tra i cui principali la famiglia, la dignità, la libertà e l’uscita dal male sembrano essere rilevanti. Ritorna, come sempre, il tema della critica delle sinistre e del comunismo che sono dipinti come un male da combattere: nello specifico, stavolta l’ex Premier si scaglia contro i giornali di sinistra che hanno scritto sul processo Mediaset delle falsità di cui lo stesso Berlusconi dice di essere “allibito”.

Nell’ultima parte del discorso il Cavaliere trasforma in domande retoriche le affermazioni che aveva fatto in chiusura del discorso del 1994: «E’ cosi che l’Italia riconosce i sacrifici e l’impegno dei suoi cittadini migliori? E’ questa l’Italia che amiamo? E’ questa l’Italia che vogliamo? No di certo […] Insieme rimetteremo in campo Forza Italia […]».

Infine, dopo aver ripreso la vecchia parola chiave “figli”, quasi a voler significare che tutti gli sforzi sono necessari per “salvaguardare” le generazioni future, Berlusconi ultima il discorso con una massima che sembra richiamare la chiusura dei discorsi di De Gaulle: : «Viva l’Italia! Viva Forza Italia!».

E così, anche questa volta il Grande Oratore torna a parlare, rilanciando un modello di marketing elettorale quasi interamente basato sulla centralità del modello televisivo – per cui la logica della politica torna a dipendere da quella dei media – e sull’affissione di manifesti, elementi fortemente caratterizzanti di quelle campagne elettorali (probabilmente permanenti) conosciute come “campagne moderne”.