Un tubo 2.0

 

Ieri sera il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha risposto in diretta video alle domande pervenutegli su YouTube in seguito ai suoi recenti videomessaggi. I quesiti – selezionati tra i più votati all’interno dei migliaia pubblicati dagli utenti del celebre sito internet – hanno spaziato dai temi della crisi economica, all’impegno militare in Afghanistan, dalla convulsa situazione egiziana, alla legalizzazione delle droghe, fino agli aspetti più personali della vita del premier. Quest’ultimo ha pacatamente replicato a tutte le questioni presentategli nei quasi quaranta minuti di discussione.

Chiaramente niente di ciò scritto sopra è vero. Ma non si tratta di fantascienza. Al di là dell’oceano, Barack Obama ha deciso di rilasciare la prima intervista successiva al discorso sullo stato dell’Unione proprio agli internauti di YouTube. Non è la prima volta che il presidente partecipa all’iniziativa YouTube Interview. Del resto, molta della fama di cui Obama gode è stata costruita anche grazie al suo ammiccare al variegato popolo del web.

Se si analizza il gesto dal punto di vista politico, occorre essere pragmatici. Benché i temi affrontati siano parte dell’agenda di argomenti che stanno a cuore ai cittadini americani – o perlomeno a quella parte di popolazione che ha deciso di inviare e votare le domande attraverso il sito internet – affrontare i quesiti più popolari tra gli internauti, in questo momento potrebbe rappresentare per Obama anche una soluzione più facile e più gestibile rispetto al fuoco di fila giornalistico. Domande incentrate sul “che cosa” della politica, avvantaggiano chi, come il Presidente americano, è un forte catalizzatore di aspettative, proposte e valori. Più difficile è in questo momento parlare del come attuare le politiche annunciate, dati i delicati equilibri della situazione politica statunitense.

Analizzato sotto l’aspetto simbolico – probabilmente il più rilevante in questo caso – il gesto ha un forte impatto. Barack Obama accoglie il moderatore dell’intervista nelle stanze della White House e simbolicamente con lui accoglie tutto il popolo americano. L’idea che viene trasmessa è che concretamente il Presidente risponda del suo operato direttamente alla popolazione che rappresenta; che instauri un dialogo con i votanti e non abbia paura di affrontarne critiche e perplessità. Decine di migliaia di persone inviano le loro domande con la convinzione di poter interagire direttamente con uno degli uomini più potenti del mondo. Il successo dell’iniziativa è confermato anche dal fatto che, rispetto al 2009, sia stato inviato un numero di domande dieci volte superiore.

Il meccanismo riprende quello delle domande del pubblico nei talk-show, ma è amplificato dalla portata delle nuove tecnologie web. Si integra – almeno in parte – con la logica di dialogo propria del web 2.0. Il presidente non risponde a tutti – non può farlo – ma accetta di esporsi e “conversare” con gli internauti.

Stare su internet oggi per un politico deve significare questo. Non può più bastare – come ancora avviene in Italia – incensare chi apre una propria pagina Facebook o un canale YouTube e lo riempie di comunicazione unidirezionale. Pubblicare il proprio videomessaggio su YouTube e non curarsi dei commenti non è dialogo, non è web 2.0, per quanto si tenti di spacciarlo per questo. Se riprendiamo l’analisi dal punto di vista simbolico. appare evidente che – nonostante la supposta presenza su internet – l’attuale immagine trasmessa dalla classe politica italiana (con alcune eccezioni – si veda ad esempio la pagina Facebook di Matteo Renzi) sia quella di un gruppo arroccato in difesa delle proprie posizioni di potere, che tutto fa tranne che “rispondere” ed accogliere i cittadini nelle proprie stanze (privilegio che, si dirà, è concesso solo ad alcune ormai note cittadine…). Anche il recente proliferare di videomessaggi rinforza quest’idea di comunicazione dall’alto, asimmetrica e irreplicabile.

In un’epoca in cui è sempre più labile il rapporto dei partiti con il territorio e con le istanze della popolazione, nel nostro Paese, piuttosto che prevalere l’intento di recuperare l’ascolto del cittadino, prevale la diffidenza. Chi fa domande è scomodo, “sinistro“. Il giornalista che chiede è quasi sempre accusato di essere un nemico politico. Il magistrato viene ricusato. Il cittadino ignorato perché inesperto o magari manipolato.
La soluzione perfetta rimane per tutti quella del videomessaggio: molto televisiva, gestibile nei tempi e nei modi, priva di interferenze esterne sgradite. In più – se tutto va bene – è un media event che permette di orientare a proprio favore l’agenda dei temi per giorni e settimane. Con buona pace del 2.0, del rapporto bidirezionale con l’elettore e del mondo che al di là dei nostri schermi cambia e va avanti.